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ANNO 5 - NUMERO 26- 2010
 


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Ma l’Adriatico è anche un mare!? di Sauro Pari
 
Si moltiplicano, nel giro di pochi mesi, segnali allarmanti sulla salute del nostro mare. Segnali che sembrano tutti indicare un malessere progressivo e inarrestabile di quell’entità chimica e biologica che va sotto il nome di mare Adriatico. La lente con cui è visto dalla costa è distorta e varia a seconda delle esigenze di chi la impugna
 

Si moltiplicano, nel giro di pochi mesi, segnali allarmanti sulla salute del nostro mare. Segnali che sembrano tutti indicare un malessere progressivo e inarrestabile di quell’entità chimica e biologica che va sotto il nome di mare Adriatico. La lente con cui è visto dalla costa è distorta e varia a seconda delle esigenze di chi la impugna: le attività turistiche, i pescatori, l’industria. Le attività turistiche, da sempre, vedono il mare come il corredo di una cartolina che ha al centro alberghi, ombrelloni, discoteche, anche perché, chi viene a Rimini o Riccione o Cesenatico, non fa quasi mai “vita di mare” ma “vita di spiaggia e vita notturna”. L’attenzione alla salute del mare si limita al terrore della comparsa, sul pelo dell’acqua, della temuta alga rossa o della mucillagine. I pescatori hanno invece atteggiamenti diversi e a volte contradditori; si va dal pescatore vecchio stile che ama il mare e stenta a pagare i costi con quello che ricava dalla pesca, alle flotte sempre più agguerrite che spesso ostentano un atteggiamento da razziatori della risorsa ittica. Mi è capitato, a Novembre dello scorso anno, di assistere ad una manifestazione di vongolari di fronte alla sede della Regione Marche. I manifestanti erano molto aggressivi ed esponevano cartelli  preoccupanti, come “Il mare è mio e me lo gestisco io”, uso improprio e strumentale di un noto vecchio slogan femminista. Capita a molti di vedere vongolare che arano il fondo marino ad una distanza dalla costa ben inferiore da quella consentita ma le Capitanerie, che spesso non dispongono nemmeno del gasolio per fare uscire i mezzi, sono spesso impossibilitate ad intervenire. L’industria, infine, ha sempre avuto un rapporto poco attento alla salute del mare. Gli  sversamenti tossici erano, fino a qualche anno fa, il problema maggiore: ora non il solo.

Ma veniamo ai segnali di pericolo. Quattro episodi, fra i tanti, meritano qui una citazione.

1.     Nell’estate del 2009 una improvvisa emergenza ha colto di sorpresa la Fondazione Cetacea di Riccione, che presiedo: l’emergenza tartarughe marine. Questi rettili marini frequentano da sempre l’Adriatico e Fondazione Cetacea da vent’anni  si prende cura di quelli feriti o in difficoltà. In vent’anni gli interventi erano stati 256, la media di tredici all’anno: nel 2009 sono stati 97, il 700% in più! Le Caretta caretta sono un indicatore biologico importante e la sindrome da cui sono state colpite, sicuramente legata a cause ambientali, (dai sintomi parrebbe ipotermia, ma … ad Agosto? Con l’acqua del mare a 29 gradi?) è stata segnalata in tutto l’alto Adriatico, da Jesolo a Fano, con una incidenza inversamente proporzionale alla distanza dal delta del Po.

2.     La Regione Emilia Romagna dispone di un Centro studi sul mare come la Daphne di Cesenatico: un’eccellenza rispetto alle altre ARPA regionali. Daphne ha segnalato due fenomeni importanti, nella sua relazione di fine anno: una forte moria di vongole e di pesci nella tarda estate.

3.     Il caso più eclatante, molto seguito da tutti i media nazionali, è stato quello dello spiaggiamento a Varano, sul Gargano, di sette capodogli lo scorso 10 Dicembre. Un caso eccezionale che ha, come precedente storico, un caso analogo verificatosi a Fano nel 1937.

4.     Infine è di questi giorni l’incredibile moria di centinaia di milioni di pesci portati a riva dal mare su tutta la costa, da Ravenna a Gabicce. Migliaia di tonnellate di Alacce, pesce abbastanza comune in Adriatico e qui si tratta quasi certamente di ipotermia anche se la temperatura del mare si aggira sui 5, 6°, per niente insolita per la stagione.

Il primo e l’ultimo caso (ma forse anche il secondo) sembrano segnalare una importante variazione degli standard ambientali del nostro mare che pensiamo vadano accuratamente indagati, se possibile, fino ad individuarne la causa scatenante. Nel terzo caso, dopo una ridda di supposizioni risibili avvallate da ambienti del Ministero dell’Ambiente ed “esperti televisivi”, si fa strada un’ipotesi tutt’altro che peregrina.

Esperti dell’associazione Terranostra sostengono che, nel tratto di mare al confine fra Ionio e Adriatico (dove si è verificato lo spiaggiamento) siano in corso prospezioni geologiche marine con lo scopo di individuare eventuali giacimenti di petrolio. Secondo Terranostra le prospezioni sono effettuate da una società olandese che utilizzerebbe cannoni ad onde sonore. Tali mezzi, peraltro non consentiti, sparano onde sonore sul mantello del fondo marino e ricavano informazioni preziose dall’onda di ritorno, ma, secondo Terranostra, è noto che le caratteristiche geologiche sono tali da non permettere l’esistenza di eventuali giacimenti di entità interessante per lo sfruttamento. Sempre secondo loro si tratterebbe di un ennesimo episodio di sfruttamento dei fondi europei a scopo speculativo. E’ plausibile che il gruppo di capodogli, facente parte di una popolazione da tempo censita e fotografata nelle acque dello Ionio, sia stata spaventata a morte dalle onde sonore o addirittura ne abbia riportato lesioni irreparabili. E’ noto che i cetacei dispongono di un apparato uditivo sensibilissimo, indispensabile alla loro vita marina.

In conclusione ritengo sia importante che tutti coloro che amano il nostro mare, che in un modo o in un altro ne traggono beneficio, e penso alle categorie citate in apertura dell’articolo ma anche a tutti i cittadini non “categorizzabili” ma portatori degli stessi diritti sul bene comune mare, prestino e richiedano attenzione a questi segnali prima che sia troppo tardi.

Sauro Pari

 


 
     


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