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ANNO 5 - NUMERO 26- 2010
 


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25 aprile: non c’è un “pari e patta” di Renzo Casali
 
Il dibattito sulla resistenza nella trasmissione televisiva Ballarò. Io l’ho vista così
 

 
Fassino ha detto solo cose vere e provate.  In particolare La Russa, ‘dialogante’ per forza dopo dichiarazioni inaccettabili, si arrampicava proprio sugli specchi. Ma quel che importa è dare della Resistenza partigiana una visione corretta.

Io nel ‘41 ero appena nato, ma ho fatto poi in tempo a capire ‘dal vivo’ come erano andate le cose: nella lotta partigiana c’erano brigate di ogni colore - salvo il nero - coordinate  da un Comitato di Liberazione unitario; i comunisti rappresentavano si la maggioranza, ma degli stessi quelli che volevano una rivoluzione con le armi anche dopo la pace erano ridottissima minoranza fra i tanti comunisti che hanno prevalso con le loro speranze di una riforma socialcomunista dello Stato,  sottoscrivendo comunque una Costituzione assolutamente democratica,   che affidava a libere elezioni la competizione fra i partiti.

 

 Ne è prova il fatto (non discutibile) che le armi comuniste, anche grazie ai ‘compagni’ non rivoluzionari, sono rimaste nei fienili, e che al primo esito elettorale con una maggioranza DC, nessuno si sia ribellato con la violenza. Ultima cosa: non ci sto a giubilare i ‘giovani della Repubblica di Salò’ né tantomeno i fascisti del ventennio come gente in buona fede che ha sbagliato.  Hanno abbracciato un ’fac simile’ di ideologia peraltro antidemocratica,  hanno marciato su Roma con le armi in pugno, hanno bastonato e ucciso prima che nascessero i Partigiani. Non si può concludere con un ‘pari e patta’. La Russa e Fini devono ‘arrampicarsi sugli specchi’ anche per far dimenticare che hanno aderito ad un partito che, subito dopo la guerra, era composto al cento per cento da fascisti che rimpiangevano il regime di Mussolini e hanno sempre sperato di poterlo rivivere.
In fede,
Renzo Casali


 
     


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